AFORISMA DEL GIORNO

25 gennaio, 2017

Cgil: “Sistema sanitario al tracollo, 40mila lavoratori in meno dal 2009”

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Blocco del turn over che dal 2009 al 2015 ha causato la perdita di 40.364 lavoratori, che arriveranno a 50mila nel 2016. In più, l’età media dei dipendenti a quota 50,1 anni, di molto superiore a quella registrata nell’intera pubblica amministrazione. I dati del report della Funzione Pubblica Cgil sullo stato del servizio sanitario analizzano la variazione dell’occupazione di un sistema che è “al tracollo” e che “si ‘impoverisce’, non solo nelle risorse economiche ma anche in quelle umane”. Rispetto al periodo considerato sono stati persi circa 8.000 medici, quasi 10.300 infermieri e 2.200 operatori di assistenza (Oss, Ota e Ausiliari) e 20mila lavoratori tecnici, riabilitativi, della prevenzione e amministrativi. Di questi, rileva la Fp Cgil, oltre 10mila nel solo 2015. E a causa di “blocco del turn over, emorragia occupazionale ed esplosione dell’età media”, aumenta il ricorso a forme di lavoro precarie.

Dai dati rielaborati dalla Fp Cgil emerge che cresce tra il 2014 e il 2015 la quota di personale non stabile (tempi determinati e formazione lavoro, interinali e co.co.co) di circa 3.500 unità per complessivi 43.763 lavoratori. Cala invece il ricorso a consulenze ma allo stesso tempo aumenta la spesa complessiva che arriva a 230 milioni di euro. In questo quadro si inserisce lo stato dei servizi ai cittadini e del finanziamento al servizio sanitario nazionale, giudicato “insufficiente e costantemente ridotto” e il bisogno dello sblocco del turn over. Cgil, Cisl e Uil hanno inoltre chiesto un incontro al ministro della Salute Beatrice Lorenzin sui nuovi Lea, affinché le risorse per il loro finanziamento siano adeguate e venga costruita “una nuova governance, sulla base di indirizzi condivisi, mirata al superamento dei diversi modelli regionali oggi esistenti”.

Se l’approvazione dei nuovi Lea, “auspicata da lungo tempo”, è per la Fp Cgil “un passo avanti per avere prestazioni in linea con i bisogni dei cittadini, è necessario però rivedere le attuali organizzazioni del lavoro, in estrema sofferenza in molti territori, e fissare adeguati standard minimi di personale in maniera omogenea e uniforme su tutto il territorio nazionale, sui quali programmare coerentemente le assunzioni di personale, a prescindere dalle inevitabili specificità territoriali”. Per il sindacato “non è più possibile aspettare oltre per scongiurare l’eventualità che l’aumento delle prestazioni da garantire ai cittadini, con l’attuale scarsità di risorse complessive, arrivi a creare una effettiva selezione delle prestazioni, con il rischio concreto di non poterle garantire e non solo nell’immediato”. E si domandano se ad esempio, pensando al trattamento delle ludopatie, ci sia un “numero adeguato di personale formato” o se invece sia il caso di “pensare sin da subito ad assumere ed a programmare interventi formativi mirati?”. La Cgil sottolinea anche la necessità del superamento del blocco del turn over “per garantire servizi ai cittadini e assicurare il funzionamento dei nuovi Lea” e l’importanza di “un adeguato piano di formazione rivolto a tutto il personale del Servizio Sanitario Nazionale”.

FONTE: Il Fatto Quotidiano
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17 gennaio, 2017

AIFA ritira dalla vendita scatole "non conformi" di Paracetamolo e Metformina

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Alcuni lotti di Paracetamolo e Metformina saranno ritirati dal mercato. Ad ordinarlo è stata l’Agenzia italiana del farmaco. I lotti di Paracetamolo e Metformina da ritirare sono quelli prodotti dalla ditta Eg Spa e quelli di solo Paracetamolo della ditta Pensa Pharma. Il provvedimento si è reso necessario a seguito della notifica di allerta rapida e della dichiarazione di non conformità alle norme di Buona Fabbricazione del sito di produzione, entrambe emesse dall’agenzia portoghese.

In particolare, si tratta delle confezioni di Paracetamolo EG 16CPR 1000MG – AIC 041467111 Lotti n. 2850023A scad. Nov-17 e n. A6001 scad. Lug-19, di Paracetamolo EG 20CPR 500MG – AIC 041467034 Lotti n. 1760001F scad. Nov-18 e n. K6046 scad. Apr-21; di Paracetamolo PEN 20CPR 500MG – AIC 041432030 lotto n. K6038 – scad. 30/4/2021 e di Paracetamolo PEN 16CPR 1000MG – AIC 041432093 lotto n. M6106 – scad. 31/8/2019.

Per quanto riguarda la Metformina si tratta della specialità Metformina EG 60CPR RIV 1000MG – AIC 037040058 nei seguenti lotti: 41908 scad. mag-17; 41910 scad. mag-17; 42814 scad. lug-17; 43220V scad. ago-17; 43322 scad. ago-17; 43828 scad. set-17; 43829 scad. set-17; 44435 scad. ott-17; 44436 scad. ott-17; 51548 scad. apr-18; 51750V scad. apr-18; 53664V scad. set-18; 54969 scad. nov-18; 54970 scad. dic-18; 54971 scad. dic-18; 60376 scad. gen-19; 61081 scad. feb-19; 62389 scad. giu-19).





FONTE: Il Fatto Quotidiano
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Biblioterapia: l'ospedale che regala libro con la dimissione...

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I benefici derivanti dalla lettura di un buon libro, possono essere, a volte, per i pazienti, più efficaci delle cure tradizionali; per questo, il reparto psichiatrico dell’ospedale “Luvini” di Cittiglio ha deciso di adottare per i propri degenti il metodo della biblioterapia, con l’obiettivo anche di “umanizzare” l’ambiente ospedaliero.

Da anni, è aperta ai pazienti del reparto psichiatrico del nosocomio di Cittiglio una biblioteca che mette a disposizione numerosi libri da leggere, per rendere meno noiosa la giornata; da pochi giorni, anche allo scopo di promuovere la lettura, si è avviata anche una nuova prassi, ovvero che il libro che un paziente ha iniziato a leggere, ma che non ha ancora terminato, viene regalato al momento della dimissione dall’ospedale.

«La biblioterapia - spiega il primario Isidoro Cioffi - è un crescente movimento di opinione che si propone di difendere il libro cartaceo, oggi in crisi più che mai in un Paesecome l’Italia, in cui si legge pochissimo e dove bisognerebbe, in prima istanza, educare i bambini, fin dalla più tenera età, ad amara, apprezzare, cercare il libro come si fa con il migliore amico».

Una sorta di book therapy preventiva insomma. «Ciò costituirebbe - prosegue il primario del reparto di psichiatria di Cittiglio - una forma di prevenzione dai disagi sociali come l’abbandono scolastico, le dipendenze e la depressione in età avanzata». La book therapy nasce agli inizi del ‘900 negli Stati Uniti, dove è tutt’oggi molto diffusa, così come in Inghilterra.

«Un buon libro - aggiunge lo psichiatra Marco Piccinelli - può appagare in maniera variegata, aiutare a sentirsi capiti, meno soli, a maturare in senso psicologico e culturale, ad allargare i propri orizzonti, a superare barriere e pregiudizi, a vedere la vita da altri punti di vista». I benefici per i pazienti insomma, sono molteplici e di diversa natura, come conferma anche un’altra operatrice del reparto, la caposala Nicoletta Bezzolato, la quale sottolinea come un libro «può regalarci emozioni, relax e compagnia».

Tutti i libri della biblioteca del reparto di psichiatria dell’ospedale di Cittiglio sono frutto di generose donazioni di associazioni e semplici cittadini; i mobili della libreria, frutto anche questi di un lascito, sono stati restaurati grazie al lavoro di un gruppo riabilitativo attivato in reparto, coordinato dall’infermiere Pietro Palamara.

FONTE: La provincia di Varese.it
AUTORE: Matteo Fontana
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16 gennaio, 2017

Responsabilità medica, approvata la Legge sul rischio clinico, ecco cosa cambia

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La Legge sul rischio clinico e la responsabilità dei medici è passata al Senato. Manca adesso solo il voto favorevole della Camera, che appare scontato visto che è da lì che arriva la norma, e una delle norme fondamentali per la sanità degli ultimi anni sarà realtà. Nel testo è previsto tra l'altro che il medico che provoca un danno a un paziente per imperizia ma avrà rispettato le linee guida o le buone pratiche assistenziali, non sarà punibile penalmente per colpa. E' quanto previsto dall'articolo 6, destinato ad inserire una nuova norma nel codice penale (“Responsabilità colposa per morte o lesioni personali in ambito sanitario”), uno dei passaggi chiave del Ddl Gelli.

Della nuova norma si è discusso per mesi, tra cambiamenti e integrazioni, anche sulla base di quanto suggerito dai professionisti allo stesso Federico Gelli, deputato pisano e responsabile della sanità del Pd. Si tenta da un lato di alleggerire la responsabilità professionale e ridurre così la medicina difensiva, legata proprio al timore dei professionisti di finire davanti a un giudice, cosa che spesso li porta a sbagliare o a evitare trattamenti complessi. Dall’altro lato la legge vuole rendere più facile e veloce al paziente la possibilità di ottenere un risarcimento del danno subito in corsia. E dunque la responsabilità civile del medico diventa “extracontrattuale”, cosa che obbliga la persona che ha subito un danno in ospedale a dimostrare la colpa di chi l’ha curata, ma quella della struttura sanitaria resta “contrattuale”, e quindi in questo caso il spetta all’ospedale o alla Asl provare di non avere responsabilità. Si tratta di un modo per permettere al cittadino di rifarsi prima di tutto sul soggetto economicamente più solido, cioè la struttura pubblica.

Ma la norma prevede anche l’obbligo di tentare una conciliazione stragiudiziale prima di finire davanti a un tribunale. Questo servirebbe a rendere più brevi i tempi dei risarcimenti evitando di far partire un processo. In più, tra l’altro, si obbligano tutte le strutture sanitarie ad essere assicurate e permette al cittadino di fare un’azione diretta nei confronti della compagnia di assicurazione se non riesce ad ottenere il denaro dalla Asl. Inoltre  viene costituito un fondo di garanzia per i pazienti che si trovano davanti una società assicurativa fallita, scomparsa o che comunque non è un grado di coprire il danno.

Nel Ddl Gelli, tra l’altro, si stabilisce che la sicurezza delle cure è parte integrante del diritto alla salute e si promuove in tutte le strutture sanitarie la nascita di un centro per il rischio clinico, che valuti appunto gli errori dei professionisti e adotti politiche per prevenirli.

FONTE: Repubblica.it
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15 gennaio, 2017

Fra sei anni un vaccino contro il rinovirus, il virus del comune raffreddore

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Un ricercatore dell'università di Vienna ha brevettato un vaccino che protegge dal raffreddore, un passo potrebbe portare a una versione da mettere in commercio entro sei anni. Lo afferma l'ideatore, Rudolf Valenta, in un'intervista all'Independent.

Il sistema immunitario, spiega Valenta, che ha oltre 200 pubblicazioni sull'argomento, non riesce a combattere i rinovirus, i principali responsabili del raffreddore, perchè si concentra sul centro del virus, che è passibile di mutazioni. Al contrario il vaccino messo a punto ha come obiettivo il guscio protettivo del microrganismo, che si ancora alle mucose della bocca, del naso e della gola e nello stomaco favorendo l''aggressione', e che non varia tra i diversi ceppi. "Abbiamo preso alcuni frammenti del guscio - spiega Valenta - attaccandoli ad una proteina di trasporto. E' un principio molto vecchio, 'riprogrammare' la risposta immunitaria sull'obiettivo giusto".

La ricerca, spiega Valenta, è in fase avanzata. "Con la prima proteina che abbiamo costruito abbiamo una inibizione molto buona della malattia - afferma -, siamo convinti di essere sulla buona strada. Se riusciremo ad avere i fondi per i test clinici possiamo metterlo a punto in sei-otto anni".

FONTE: Ansa.it
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Medicina: sentenza del TAR, niente test d’ingresso a chi chiede il trasferimento dall’estero

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Novità per gli studenti che non hanno passato il test d’ingresso a Medicina: iscrivetevi all’estero in un ateneo dove il test non c’è e fate domanda di rientro alla fine del primo anno. Funziona? A certe condizioni sì, ma è meglio se per il primo anno in terra straniera scegliete un’Università all’acqua di rose. Con voti più alti la vostra posizione in graduatoria sarà migliore. Se proprio finite tra gli ultimi in graduatoria tra coloro che chiedono il trasferimento, l’arma migliore è la perseveranza: grazie a questa qualità, l’aspirante dottoressa Clarissa Mazzotta è a un passo dal trasferimento dall’Università di Kosice, Slovacchia, a quella di Brescia dopo aver vinto un ricorso al Tar - il secondo, in verità - contro l’ateneo bresciano. Dopo tre anni di battaglia legale potrà presentare il suo piano di studi e prendere il posto di uno studente che 24 mesi fa ha rinunciato. Tutto senza aver passato il test e nonostante per il trasferimento ci fossero studenti più «meritevoli».

Già in passato i giudici si erano espressi in modo simile, e anche le toghe del Tar di Brescia confermano che il superamento del test d’ingresso non è necessario per gli anni di Università successivi al primo. E se il corso è a numero chiuso come Medicina? Per evitare «l’aggiramento del numero chiuso e salvaguardare la qualità dell’istruzione», chi fa domanda di trasferimento dall’estero può sperare in un rientro in Italia solo se ci sono posti vacanti a causa di rinunce e abbandoni. C’è sempre chi passa il test e cambia idea, e a questo punto l’Università deve stilare una graduatoria di chi chiede il trasferimento (anche da Università italiane) con una «griglia di ponderazione degli esami sostenuti e relativi crediti formativi», poi i più meritevoli ottengono l’ammissione al corso. Il caso di Clarissa Mazzotta è andato ancora più in là: il 21 agosto 2013 la giovane ha chiesto il trasferimento dopo il primo anno a Kosice e l’Università ha stoppato il trasferimento perché la ragazza era stata bocciata un anno prima al test d’ingresso. Grazie a una vittoria al Tar, però, l’Università è stata obbligata a esaminare la sua domanda per prendere un posto vacante nel corso 2013-2014. I posti liberi erano tre e, nonostante il curriculum conseguito a Kosice, la giovane era finita in dodicesima posizione dopo l’esaminazione del Consiglio del Corso di Medicina. Colpo di scena: uno studente trentino primo in graduatoria dopo un anno da fenomeno alla Sapienza di Roma, rinuncia al trasferimento a Brescia per motivi personali. Il suo posto vacante viene conteggiato dall’Ateneo per l’anno 2014-2015 perché gli «esclusi» non sono abbastanza meritevoli ma Mazzotta fa ricorso: se lo studente trentino rinuncia, vuol dire che a Medicina per quell’anno è rimasto un posto libero e questo deve essere assegnato agli esclusi della graduatoria.

Il Tar scrive: «Se in un anno accademico l’Università non utilizza pienamente le proprie risorse formative danneggiando uno studente, a questo deve essere concessa un’opportunità identica negli anni successivi». Lei è sì dodicesima, ma nessun altro alza la voce con l’Università e in lizza resta solo lei. Per il Tar, che dà torto all’Università: «In graduatoria c’erano studenti più meritevoli ma Mazzotta è stata l’unica a non prestare acquiescenza e può rivendicare il posto». Che succede ora? Nei prossimi 30 giorni Mazzotta potrà presentare il suo percorso di studi all’Università ed è l’unica candidata in lizza. L’unica condizione? «Il curriculum deve essere adeguato e consentirle di seguire utilmente le lezioni dell’anno in corso». Se così non sarà, la perseverante giovane che tentò il test d’ingresso nel 2012-2013, potrà studiare Medicina a Brescia solo dal prossimo anno: il 2017-2018.





FONTE: Corriere.it

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14 gennaio, 2017

La mappa mondiale della medicina "inappropriata", in Italia uso eccessivo di antibiotici e procedure diagnostiche invasive

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Troppi farmaci e procedure inutili da una parte, mancato accesso a terapie ed esami salvavita dall'altra, con l'aggravante che i fenomeni si presentano magari nello stesso paese o addirittura nello stesso ospedale. A fare la mappa della medicina 'sbagliata' è una serie speciale della rivista Lancet realizzata insieme al Lown Institute di Boston, con una serie di articoli scritti da 27 esperti internazionali, da cui emerge che un quarto del volume delle prestazioni sanitarie è inappropriato per qualche motivo. Dagli articoli emergono diversi esempi, dai 500mila casi di tumore della tiroide che subiscono un eccesso di trattamento ai sei milioni di cesarei di troppo, metà dei quali in Cina e Brasile, al 26% di sostituzioni dell'anca inutili in Spagna. Per l'Italia viene citato ad esempio il fatto che il 22% delle angioplastiche e il 30% delle angiografie sono inappropriate, o che il 9% dei bambini ricoverati per diarrea riceve antibiotici inutili, o ancora un uso eccessivo delle endoscopie, comune a tutto il mondo occidentale con tassi che vanno dal 16 al 33% dei casi. "Quello che viene fuori da queste ricerche è che il problema riguarda tutti i paesi, non ci sono primi della classe - sottolinea Andrea Gardini del consiglio direttivo di Slow Medicine, che ha partecipato alla stesura -. In Italia abbiamo senz'altro il problema dell'uso eccessivo di antibiotici, come anche di alcune procedure radiologiche, mentre il dato sulle angioplastiche va un po' ponderato, sebbene sia emerso che siamo sopra la media degli altri paesi. Bisogna dire che in Italia la federazione degli ordini dei Medici e il collegio degli infermieri hanno iniziato ad occuparsi del problema, ma ancora molto c'è da fare". Fra le procedure sottoutilizzate ci sono l'uso di steroidi in gravidanza per ridurre il rischio di morte pretermine, ma anche il mancato accesso a farmaci salvavita come quelli per alcuni tumori o, in Africa, per l'Hiv. "Le terapie inappropriate sono un fenomeno comune - scrivono gli autori - i medici continuano a sottoutilizzare interventi semplici o economici, e ad utilizzare eccessivamente procedure inefficaci ma più note, lucrose o convenienti, nonostante i potenziali danni per i pazienti.
Questi due problemi si possono trovare contemporaneamente nello stesso paese, struttura sanitaria o addirittura paziente".

La soluzione, aggiunge Gardini, sta nel ritrovare il rapporto medico-paziente, con quest'ultimo che dovrebbe chiedere sempre se un determinato trattamento può portare ad effettivi benefici. "La proposta che sta venendo fuori è di garantire che ci sia una attenzione importante alla relazione fra medico e paziente, nel senso che la pressione che spesso viene dal paziente di fare un esame o una terapia va discussa con il medico, anche perchè molti degli esami possono anche fare del male. Bisogna ristabilire un dialogo e un'alleanza, anche i medici sono non felici di fare prescrizioni e basta, devono avere un ruolo più attivo. L'alleanza è essenziale per costruire un rapporto di fiducia che porti a una cura più giusta".
  
FONTE: Ansa.it
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La nuova responsabilità medica: ecco tutte le novità in vigore da Febbraio 2017

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Sarà legge entro febbraio il nuovo testo sul ddl Gelli in tema di responsabilità sanitaria. La riforma ha previsto una maggiore garanzia di trasparenza per gli utenti vittime di errori in ambito sanitario, maggiori tutele anche per i medici coinvolti. Ciò anche al fine di evitare le condotte tendenzialmente omissive tenute da parte dei medici per situazioni molto a rischio e presumibilmente compromettenti (c.d. medicina difensiva negativa), oppure trattamenti non necessari se non in funzione di una paventata linea difensiva ma comportanti dei costi superflui ed ingiustificati per il servizio sanitario (c.d. medicina difensiva positiva).

Ecco una serie di novità: innanzitutto viene ridimensionato espressamente il titolo di responsabilità e viene stabilita espressamente la natura extracontrattuale della responsabilità del medico verso il paziente. Tale svolta non è di poco conto dacché ricadrà sul paziente danneggiato il gravoso onere di dimostrare la “colpa” del medico.

Viene introdotto l’ art. 590-sexies c.p. (responsabilità penale del medico), con espressa esclusione della colpa in caso di morte o lesione personale del paziente laddove siano state osservate le linee guida od in subordine le “buone pratiche clinico assistenziali”. Di conseguenza è stato abrogato l’art. 3 co. 1 della legge 189/2012 in base al quale il medico non rispondeva penalmente per colpa lieve.

Per la responsabilità civile viene definitivamente introdotto un doppio binario: responsabilità del medico e della struttura sanitaria. Il medico (che operi in struttura privata o pubblica) potrà rispondere solo in base all’art. 2043 del cod. civ. (responsabilità extra-contrattuale), salvo che il comportamento lesivo sia stato determinato dall’adempimento di una obbligazione contrattualmente assunta con il paziente. Il paziente avrà il gravoso onere di dimostrare l’evento (la lesione), la causa della lesione (colpa del medico) ed il nesso di causalità tra la condotta del medico e l’evento.

La struttura sanitaria (pubblica o privata) invece risponderà a titolo di responsabilità contrattuale, trattandosi del cd. contratto atipico di spedalità che include una serie di prestazioni in favore del paziente e che sorge nel momento in cui questi è accettato nella struttura ospedaliera e dal quale derivano particolari obblighi a carico dell’ente e dei suoi ausiliari. In tal caso il paziente per agire nei confronti della struttura dovrà semplicemente allegare il danno subito, di conseguenza sarà la struttura a dover dimostrare di aver adottato tutte le cautele necessarie per evitare il danno.
Obbligo di assicurazione e fondo di garanzia

Viene introdotto l’obbligo per tutte le strutture sanitarie di munirsi di polizza assicurativa. L'utente potrà agire direttamente nei confronti dell’assicurazione per richiedere il ristoro dei danni subiti (azione diretta). Tale obbligo si estende anche alle professioni esercitate intramoenia in convenzione con il Sistema Sanitario Nazionale. La polizza dovrà essere operativa per ulteriori dieci anni successivi alla cessazione della professione del medico (cd. ultrattività).

Viene anche istituito un fondo di garanzia a tutela degli interessi generali dei pazienti: il fondo risarcirà i danni in quei casi in cui gli importi eccedano i massimali coperti dalle polizze stipulate dalle strutture sanitarie o dal medico, oppure in caso di insolvenza della compagnia assicuratrice. Il fondo è alimentato con i contributi obbligatori annuali versati dalle compagnie autorizzate all'esercizio dell’assicurazione per i rischi derivanti da responsabilità sanitaria.
La conciliazione stragiudiziale

Per tutte le controversie riguardanti i casi di responsabilità medica ed a scopo deflattivo del contenzioso è stato introdotto il necessario preventivo esperimento del tentativo di conciliazione pena l’improcedibilità dell’azione giudiziaria.


FONTE: Ansa.it
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Il Governo cambia i LEA e impone aumento della prevenzione: vaccini gratis e senza ticket per bimbi e anziani

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«Con il nuovo Piano nazionale vaccini, collegato ai Livelli essenziali di assistenza, i vaccini saranno gratis per tutti e senza pagamento del ticket, perché i vaccini non sono da considerarsi una cura ma attengono alla prevenzione collettiva della popolazione». Così il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha anticipato la prossima entrata in vigore del documento che regolamenta l’offerta vaccinale in Italia. Il Piano vaccini, allegato al decreto sui Livelli essenziali di assistenza firmato dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, arriverà giovedì in Conferenza Stato-Regioni, ultimo passo per l’approvazione definitiva. «Un passaggio tecnico, ma comunque necessario, che non prevederà rallentamenti dell’iter di entrata in vigore - ha spiegato Antonio Saitta, assessore regionale alla Sanità del Piemonte e coordinatore degli assessori regionali alla Sanità -. Solleciteremo tutti un veloce via libera, perché si tratta di una grande occasione per i cittadini».

Il Piano, finanziato con 100 milioni di euro per il 2017, 127 milioni per il 2018 e 186 milioni per il 2019, prevede la somministrazione gratuita ai bambini dei vaccini contro il meningococco B, la varicella, il rotavirus e l’epatite A, l’estensione agli adolescenti maschi del vaccino contro il papilloma virus e ai 65enni di quelli contro pneumococco ed Herpes Zoster. Il documento aveva avuto un primo via libera di massima, insieme a tutto il pacchetto dei Livelli essenziali di assistenza, dalla Conferenza Stato-Regioni il 7 settembre. Ma, come citava l’accordo siglato allora, «si dovrà prevedere in sede di successiva intesa Stato-Regioni sul Piano, una tempistica sull’attuazione triennale». Di fatto, chiarisce Saitta «prima di esser trasmesso alle singole Regioni, dovrà avere un via libera definitivo relativo alla sua articolazione. Era infatti stato concepito e strutturato sul biennio 2016-18, ma visto che entra in vigore con un anno di ritardo, anche i previsti obiettivi di copertura vaccinale vanno aggiornati sul triennio 2017-19».

Nel dettaglio, nei nuovi Livelli essenziali di assistenza sono stati introdotti i seguenti vaccini, che saranno dunque somministrati gratuitamente alle categorie indicate una volta approvato il Piano vaccinale:
1) meningococco B, rotavirus e varicella per i nuovi nati;
2) Hpv nei maschi undicenni;
3) meningococco tetravalente (A, C, W, Y135) e richiamo anti-polio negli adolescenti;
4) pneumococco ed Herpes Zoster nei sessantacinquenni.
Tutti questi vaccini saranno gratuiti, senza pagamento di alcun ticket.
Di conseguenza:
1) i nuovi nati avranno diritto a: cicli di base ed eventuali successivi richiami di vaccino per la prevenzione di difterite, tetano, pertosse, epatite B, polio, Haemophilus influenzae tipo b, pneumococco, meningococco B, rotavirus, morbillo, parotite, rosolia, varicella, meningococco C;
2) gli adolescenti: vaccino anti-meningococco tetravalente (A, C, W, Y135) e vaccino anti-Hpv;
3) i soggetti di età uguale o superiore a 65 anni: vaccino anti-influenzale;
4) i soggetti di età pari a 65 anni: vaccino anti-pneumococco e vaccino anti-Zoster.
Tra gli obiettivi del nuovo Piano vaccinale mantenere lo stato polio-free e raggiungere lo stato morbillo-free e rosolia-free.


FONTE: Ansa.it e Corriere.it
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23 novembre, 2016

Sanità, il Governo introduce ulteriori ticket sanitari. CGIL: "Livelli Lea non garantiti da coperture economiche attuali".

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Sulla sanità i conti non tornano. E i nuovi Livelli essenziali di assistenza (Lea) rischiano di trasformarsi in un’operazione di marketing del governo dagli effetti contabili tutti da verificare per le tasche delle Regioni e dei cittadini. Per l’esecutivo bastano, infatti, 800 milioni l’anno per garantire tutte le nuove prestazioni del nomenclatore, l’elenco dell’offerta del sistema sanitario nazionale (Ssn) che il Parlamento dovrebbe approvare entro il 5 dicembre. Secondo i governatori sarà invece necessaria una cifra compresa tra il miliardo e mezzo e i due miliardi. Nella migliore delle ipotesi, dunque, all’appello mancheranno almeno 700 milioni che in futuro potrebbero pesare sulle tasche dei cittadini a suon di ticket e di imposte locali. Ecco perché le Regioni hanno chiesto e ottenuto l’introduzione progressiva dei Lea con una verifica puntuale da parte di una commissione ad hoc che definisca i costi reali della modifica dell’offerta sanitaria entro l’estate.

Detta in altri termini, presto il nomenclatore sarà aggiornato mandando in soffitta le vecchie prestazioni, ma non è detto che le nuove saranno immediatamente disponibili e che lo saranno allo stesso modo in tutta Italia. Intanto, secondo quanto quantificato dal governo nella relazione tecnica presentata alla Ragioneria generale, aumenteranno subito i ticket per 60 milioni grazie allo spostamento di alcune prestazioni dal day hospital all’ambulatorio. Un esempio? Il ricovero previsto oggi per un intervento semplice alla cataratta è gratuito, mentre la stessa prestazione con i nuovi Lea verrà erogata in ambulatorio dietro il pagamento di un ticket che potrebbe essere diverso nelle differenti aree del Paese.

“La Conferenza delle Regioni ha dato il via libera all’aggiornamento dei Lea ma solo a condizione che via siano gradualità e risorse effettivamente aggiuntive nel 2017 e 2018”, spiega Stefano Cecconi, responsabile sanità della Cgil. “La lunga crisi economica, aggravata da insensate politiche di austerity con i tagli alla sanità, ha messo in discussione la garanzia dei Lea, soprattutto in alcune regioni – prosegue il sindacalista – I monitoraggi su questo punto sono preoccupanti e descrivono una drammatica frammentazione del servizio sanitario nazionale. Se non si mette in sicurezza il finanziamento del Ssn, l’aggiornamento dei Lea proposto rischia di essere un provvedimento velleitario”. Per Cecconi non è in dubbio che lo svecchiamento dei Lea fosse un’operazione necessaria e condivisibile per dare un punto di riferimento più forte alla programmazione regionale e locale. Ma il decreto da solo “non basta per garantire uniformità ed esigibilità dei Lea”.

E soprattutto “non è serio vendere come immediatamente esigibile un provvedimento che avrà un’applicazione progressiva”, conclude Cecconi, che ritiene incomprensibile l’eliminazione delle gare per i farmaci biosimilari e l’introduzione di accordi di acquisto diretti con le case farmaceutiche. “In questo modo si limita la concorrenza e si mette un’ipoteca sulle possibilità di risparmio delle Regioni”, conclude. La questione è tanto più inquietante perché “si rischia di far assorbire dalla farmaceutica l’intero aumento del Fondo sanitario nazionale”, come ha detto al Quotidiano Sanità la deputata piddina Anna Margherita Miotto, componente della commissione Affari Sociali della Camera. Non a caso sulla questione è intervenuta anche l’Antitrust chiedendo al governo un ripensamento. Alla luce dei rilievi il relatore alla manovra Mauro Guerra (Pd) ha presentato un emendamento in commissione Bilancio con cui si stabilisce che spetta anche all’Agenzia italiana del Farmaco, e non solo all’European medicine agency, stabilire “l’esistenza di un rapporto di biosimilarità tra un farmaco biosimilare e il suo biologico di riferimento”. Inoltre la proposta di modifica prevede che siano fatte gare usando accordi quadro quando ci siano più di tre medicinali a base del medesimo principio attivo. La base d’asta sarà “il prezzo medio di cessione al servizio sanitario” del farmaco, non più il prezzo massimo. Previsto anche l’obbligo, da parte del medico, di motivare la scelta di prescrivere un farmaco diverso dai primi tre farmaci della graduatoria dell’accordo quadro.

Sullo sfondo resta poi un’altra problematica di assoluto rilievo che viene sollevata dai medici. “Possiamo anche allungare l’elenco delle prestazioni – spiega Costantino Troise, segretario dell’Associazione Medici e dirigenti del Servizio sanitario nazionale (Anaao Assomed) – ma la sanità non è un supermercato dove si entra e si compra ciò che si vuole. E’ necessario anche un investimento sul personale che dovrà erogare le prestazioni sanitarie”. Da tempo del resto lo Stato non investe in personale sanitario. Lo testimonia il Rapporto Oasi 2016 dell’Università Bocconi sullo stato di salute della sanità, ricordando che dal 2009 al 2014, il personale a tempo indeterminato è calato di circa 30mila unità (-5%) con picchi locali anche del -15% fra il 2006 e il 2012. “La spesa complessiva per il personale è scesa di 1,3 miliardi dal 2008, fino ai 39,1 miliardi del 2014 (–3,3%), non costituendo più la principale voce di spesa, superata dall’acquisto di beni e servizi – si legge nell’indagine dell’università – Il dato davvero preoccupante è l’età media dei lavoratori del Servizio sanitario nazionale, pari a 53 anni per i medici dipendenti, 47 per le professioni sanitarie e 55 anni per i medici di medicina generale”.

Sono numeri eloquenti che raccontano come sia necessario investire nelle risorse umane senza le quali i nuovi Lea rischiano di restare sulla carta. Con la conseguenza fra l’altro che la loro applicazione frammentata amplierà il divario di prestazioni fra le diverse regioni italiane penalizzando ulteriormente il Sud dove le lunghe liste d’attesa spingono i pazienti che possono permetterselo a pagare di tasca propria o ad alimentare il turismo sanitario nazionale. Il fenomeno è del resto già oggi consistente: secondo il Censis, nel biennio 2013-2014, ben 11 milioni di italiani hanno sborsato oltre 34 miliardi per ottenere cure che la sanità pubblica non era in grado di erogare in tempi ragionevoli. Anche di qui la ratio che ha spinto i governatori a chiedere la nascita della Commissione Lea che dovrà aggiustare la mira in corso d’opera. Come? Questo resta ancora un mistero che dovrà svelare il governo che in futuro si troverà a gestire la patata bollente.

AUTRICE: Florina Capozzi
FONTE: Il Fatto Quotidiano
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Sanità, allarme al Sud Italia per carenza di organico, urgente un nuovo piano di assunzione

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“Quest’anno ho lavorato 150 ore oltre l’ordinario turno di servizio. Ore extra che non mi verranno pagate. Ho quasi 70 giorni di ferie arretrate e ci sono colleghi che ne hanno accumulati 120″. È lo sfogo di un medico della provincia di Lecce. E il cahier de doléances è solo all’inizio: “Lavoro tre domeniche su quattro e non posso neanche recuperare le festività, perché non ho il giorno di riposo settimanale garantito. Come potrei, se nel mio reparto siamo appena sette medici ma in base alla pianta organica dovremmo essere il doppio? Nessuno di noi fa più libera professione intramuraria. Io ho 61 anni e sono il più giovane. Sta diventando un incubo, non ce la facciamo più ad andare avanti così”. Il suo è tutt’altro che un caso isolato, a un anno esatto dall’entrata in vigore della direttiva europea sull’orario di lavoro del personale medico e sanitario che prevede come minimo 11 ore consecutive di riposo giornaliero e massimo 48 ore di lavoro settimanale compreso lo straordinario. Il recepimento ha messo alle corde gli ospedali italiani, da tempo sotto organico a causa del blocco del turnover. Risultato: giovedì 17 novembre i medici hanno manifestato con un sit-in davanti al Parlamento chiedendo risorse adeguate per nuove assunzioni e stabilizzazione dei precari e per il 28 novembre quelli dipendenti dalla sanità pubblica hanno indetto uno sciopero.

Oggi da Milano a Palermo decine e decine di camici bianchi lavorano anche dopo aver stimbrato il cartellino, gratuitamente, in barba all’obbligo di riposo tra un turno e l’altro e, molto spesso, superando anche il limite delle 48 ore settimanali. “È l’unica maniera per non lasciare scoperti i reparti. A me il primario lo chiede più volte al mese. Capita che sia stanca e poco lucida, ma come faccio a dire di no?”, racconta una dottoressa del nord. Nel capoluogo lombardo un pediatra non ha avuto alternative: per somministrare ai suoi pazienti le terapie contro le allergie, non rimandabili e fissate al mattino, è entrato in ospedale alle 8 senza timbrare e dodici ore dopo ha iniziato il turno di notte che gli era stato assegnato, senza rispettare la pausa di 11 ore. I rischi però sono altissimi, perché se il medico non risulta ufficialmente in servizio non gode della copertura assicurativa.

“Io sono un chirurgo e personalmente non mi assumerei mai questa responsabilità“. Stavolta a parlare è un’altra dottoressa della provincia di Milano. “Se succede qualcosa al paziente, cosa faccio? Chi risponde? Ma ho tanti colleghi che accettano questo pericolo, altrimenti le liste di attesa si allungano, gli interventi in agenda saltano. E naturalmente le ore in sala operatoria sono gratis”. Da un ospedale di Roma un ragazzo di 27 anni denuncia: “Sono uno specializzando nel reparto di anestesia e ogni settimana lavoro almeno 60 ore anziché 38”.

Il sindacato dei medici dirigenti (Anaao) della Lombardia ha sottoposto a tutti gli iscritti un sondaggio anonimo per capire se gli ospedali si attengono alla normativa europea sull’orario di lavoro. Il quadro che ne esce è preoccupante. Il 40 per cento dei camici bianchi non rispetta l’intervallo di riposo di 11 ore nelle 24 ore tra un turno e quello successivo. Il 60 per cento ha ammesso che non sono previste forme di tutela per chi è reperibile nel caso dovesse essere chiamato di notte (per esempio, se il turno inizia il pomeriggio successivo alla reperibilità). Due su dieci non recuperano il festivo lavorato e tre su dieci superano le 48 ore alla settimana. Stessa stima di chi sta in corsia senza aver prima timbrato il cartellino.

In attesa dello sblocco del turnover, che il governo ha annunciato per il 2017 con la possibilità di stabilizzare 7mila precari, lo strumento più richiesto ai medici dalle direzioni sanitarie aziendali per tamponare la carenza di organico sono le prestazioni aggiuntive: ore di lavoro in più programmate per un certo periodo e concordate con il medico, a cui vengono pagate a parte. In alcune realtà sono diventate la norma. In una asl di provincia come quella di Frosinone nel 2015 sono stati spesi quattro milioni di euro circa in prestazioni aggiuntive. “Alla fine del 2016 invece il conto sarà dimezzato grazie a un’ultima infornata di medici e infermieri”, assicura il commissario straordinario Luigi Macchitella, che aggiunge: “Il fondo usato per compensare lo straordinario l’anno scorso è stato sfondato di quattro milioni di euro. Quest’anno dovremmo stare dentro la cifra. Ma dal 2017 cinquanta medici andranno in pensione e sarà un problema”.

Per ottimizzare le risorse succede che i turni di guardia vengano accorpati per unità operative e non più organizzati per singoli reparti. E nei casi peggiori non si può più contare sulle urgenze. “Nel mio reparto non si fa più assistenza h24 ma solo per 12 ore al giorno. Niente urgenze dunque”, lamenta un medico dalla Calabria. “Nella chirurgia dell’ospedale di San Severo sono in 5 anziché 9 e in ortopedia, dove sono in 2 al posto di 7, da luglio hanno bloccato i ricoveri e i pazienti sono stati trasferiti in altre strutture a una trentina di chilometri di distanza – spiega Massimo Correra, segretario dell’Anaao di Foggia -. Mentre negli ospedali di Cerignola e Manfredonia per l’insufficienza di anestesisti vengono programmati al massimo tre/quattro interventi al mese, il personale ormai basta soltanto per le urgenze”.

AUTRICE: Chiara Daina
FONTE: Il Fatto Quotidiano
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09 novembre, 2016

Dal governo Renzi ulteriore attacco alla Sanità, tagliati 4,1 milioni di euro

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Confermato il taglio di 4,1 mln al Ministero della Salute per il 2016. Ieri in commissione Bilancio alla Camera è stato approvato un emendamento dei relatori al decreto fiscale che ha sancito la riduzione di risorse per il dicastero di Lungotevere Ripa sul quale la scorsa settimana Anna Miotto (Pd) aveva chiesto chiarimenti sulle possibili ripercussioni.  La nuova tabella contiene dunque un taglio di 4,1 mln, dei quali 2,4 mln predeterminati per legge. Il taglio maggiore, di 3,9 mln, riguarda diversi programmi di tutela della salute: Prevenzione e promozione della salute umana ed assistenza sanitaria al personale navigante e aeronavigante (2 mln), Programmazione del Servizio Sanitario Nazionale per l'erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza (400 mln), Regolamentazione e vigilanza in materia di prodotti farmaceutici ed altri prodotti sanitari ad uso umano (500 mln), Sicurezza degli alimenti e nutrizione (1 mln).  I restanti 200 mln riguarderanno invece programmi di ricerca e innovazione per il settore della sanità pubblica.

FONTE: Quotidianosanita.it
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08 novembre, 2016

E' scomparso il celebre medico italiano Umberto Veronesi

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Dalla quadrantectomia al linfonodo sentinella, dalla tecnica salva-capezzolo (‘nipple sparing’) alla radioterapia intra-operatoria. Umberto Veronesi, morto a Milano, è stato sempre avanti di anni rispetto al resto del mondo nel trattamento, soprattutto chirurgico, del tumore della mammella. Amava dire che una donna doveva uscire dalla sala operatoria così come era entrata. Quando 1969 espone a Ginevra, davanti a un consesso mondiale, la sua ricerca sulla quadrantectomia, cioè l’intervento che limita l’asportazione al quadrante mammellare sotto cui c’è il nodulo tumorale, e che era considerato non invasivo rispetto all’allora vigente dogma della mastectomia (l’asportazione totale della mammella), venne – riporta l’Ansa – ascoltato quasi con fastidio.

“Ero giovane, ero italiano – aveva raccontato di recente – venivamo considerati scienziati di serie B e in più trasgredivo all’ortodossia del tempo. In altre parole mi diedero del pazzo”. Lui è però sicuro delle sue ricerche e persevera nella sua pazzia, arrivando negli anni a operare con questa tecnica ben l’80% delle sue pazienti all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO). Ci vogliono 32 anni perché gli stessi americani che lo avevano sbeffeggiato nel 1969 sono costretti a dargli ragione: il 17 ottobre 2002 il New England Journal of Medicine, pubblica un lavoro da cui emerge che a distanza di 20 anni dall’intervento la sopravvivenza delle donne sottoposte a quadrantectomia corrisponde esattamente a quella di coloro cui è stata asportata la mammella intera.

“È la vittoria – osserva in quella occasione Veronesi – della nostra filosofia di attacco al cancro, che è la ‘ricerca del minimo intervento efficace’, sulla filosofia che cerca invece ‘il massimo trattamento tollerabile dal paziente”. Ma il prof è già molto più avanti: lo stesso giorno in cui arriva questo riconoscimento, lui già presenta il perfezionamento della sua invenzione: una tecnica operatoria che, asportando il tumore, restituisce alla paziente un seno vero, completo di areola e capezzolo. E in sole 2 ore di intervento. Questa nuova tecnica, chiamata ‘nipple sparing’, è resa possibile dagli ottimi risultati che negli ultimi anni ha dato la ‘radioterapia intra-operatoria (già sperimentata all’IEO su centinaia di pazienti) che fornisce in un’unica soluzione, durante l’operazione chirurgica appunto, la stessa quantità di radiazioni di un intero ciclo post operatorio, sollevando anche la paziente da una sorta di calvario aggiuntivo ai problemi, anche psicologici, che il tumore al seno comporta.

Ma già anni prima, nel 1996, Veronesi aveva sollevato le sue pazienti da un altro intervento demolitivo accessorio, quello chiamato anche, con termine molto crudo, ‘scavo ascellare’ per l’eliminazione dei linfonodi che, se coinvolti dalle cellule tumorali, sono una via di diffusione del cancro. Fino a quel momento, infatti la quadrantectomia era sempre stata seguita dall’asportazione dei linfonodi.

Veronesi scopre invece che i linfonodi sono colpiti in maniera regolare, secondo un preciso ordine e questo gli dà modo di ‘inventare’ una nuova tecnica chirurgica chiamata del ‘linfonodo sentinella’: se infatti il primo della serie dei linfonodi (quello chiamato appunto ‘sentinella’) è libero, saranno molto probabilmente liberi (cioè privi di cellule tumorali) tutti gli altri (sono ben 25, divisi su tre livelli) e non occorrerà asportarli.

Una vita spesa alla ricerca di come migliorare la tecnica chirurgica (e non solo) per alleviare le sofferenze delle sue pazienti, dal punto di vista fisico, estetico, psicologico, senza comunque mai abbassare il livello di sicurezza della terapia. Una dedizione che gli è valsa anche l’affettuosa nomina, da parte di un’associazione femminile romana, "Donna ad honorem‘. Umberto Veronesi si spegne a novant’anni - ne avrebbe compiuti 91 il 28 novembre - dopo una lunga vita spesa a combattere il cancro.Umberto Veronesi si spegne a novant’anni - ne avrebbe compiuti 91 il 28 novembre - dopo una lunga vita spesa a combattere il cancro.

Nasce a Milano nel 1925, si laurea in medicina e chirurgia nel 1950. Lavora all’Istituto dei Tumori del capoluogo lombardo e ne diventa Direttore Generale. Poi corona il suo sogno europeista, prima con la Scuola Europea di Oncologia nel 1982 e poi con la sua più grande opera: lo Ieo, l’Istituto Oncologico Italiano, inaugurato nel 1991 e diventato presto un esempio per la cura e la prevenzione del cancro a livello internazionale.

Difensore dei diritti degli animali, sostenitore del testamento biologico nonché dell’eutanasia, nel 2003 ha creato la fondazione Veronesi per sostenere la ricerca e la divulgazione scientifica. È stato anche ministro della Sanità durante il governo Amato, dal 2000 al 2001, e Senatore dal 2008 al 2011. Ha ricevuto tredici lauree honoris causa, nazionali e internazionali.Difensore dei diritti degli animali, sostenitore del testamento biologico nonché dell’eutanasia, nel 2003 ha creato la fondazione Veronesi per sostenere la ricerca e la divulgazione scientifica. È stato anche ministro della Sanità durante il governo Amato, dal 2000 al 2001, e Senatore dal 2008 al 2011. Ha ricevuto tredici lauree honoris causa, nazionali e internazionali.


Veronesi è deceduto nella sua casa di Milano. Da alcune settimane le sue condizioni di salute si erano progressivamente aggravate. Era circondato dai familiari, la moglie e i figli. Una personalità forte la sua, diceva spesso di non avere paura della morte. Anticonformista anche nel rapporto con la moglie Sultana Razon dalla quale ha avuto sei figli e che, in un libro, ha raccontato delle relazioni extraconiugali del marito e di quando, mentre guidava, le rivelò di aver avuto un bambino da un’altra donna.

Cordoglio di tutto il mondo scientifico per la scomparsa del professore. #GrazieProf si legge in un tweet pubblicato dall'account della Fondazione che scrive anche: «Oggi per noi è un giorno tristissimo, grazie per i tuoi insegnamenti». «Tutti i malati oncologici, e AIRC in particolare, devono molto alla sua lungimiranza di medico e scienziato e alla sua instancabile tenacia nel perseguire l'obiettivo di terapie più umane, efficaci e accessibili a tutti» commenta per l'Airc, il presidente Pier Giuseppe Torrani che ricorda il medico come «parte di una generazione che hanno fatto la storia della medicina in Italia e che sono cresciuti all'interno dell'Istituto Tumori di Milano, il primo luogo di cura che ha approcciato la malattia oncologica con l'occhio della modernità». «La morte di Umberto Veronesi rappresenta una grande perdita per l'oncologia italiana. È stato promotore di numerosi progetti di ricerca e di raccolte fondi che hanno permesso di organizzare e fare ricerca oncologica in Italia» ha detto Carmina Pinto, presidente dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica. «Salutiamo commossi un grande uomo e scienziato, punto di riferimento per le grandi speranze laiche del nostro Paese e non solo - scrive in una nota l'associazione Luca Coscioni - Ricordiamo con gratitudine l'onore che ci ha fatto partecipando attivamente alla campagna referendaria sulla legge 40, a quella per l'eutanasia legale e per la legalizzazione della cannabis».

«Lui era un testimone del sì ma al di là di questo, è stato un grande uomo per la sanità. Vorrei che lo ricordaste con un grande applauso» il ricordo che gli ha tributato il premier Matteo Renzi, durante una manifestazione a La Spezia. Ma sono tantissimi gli attestati di stima e condoglianze per la famiglia che stanno arrivando dopo la diffusione della notizia della scomparsa dell’oncologo. Tra questi il tweet del ministro della Salute, Beatrice Lorenzin: «Addio a Umberto Veronesi, grande scienziato uomo di valore, che ha insegnato alle donne come vincere e difendersi dal cancro. Un abbraccio affettuoso ai suoi cari». Con un tweet, lo saluta anche il ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, Stefania Giannini, che scrive: «Cordoglio per la morte di un grande uomo, medico, ricercatore che ha dedicato la propria vita a salvare quella degli altri. Grazie Veronesi». «Una vita dedicata alla lotta contro i tumori, un grande medico e un uomo libero. Ci mancheranno la scienza e le riflessioni di #Veronesi» scrive su Twitter il presidente del Senato, Pietro Grasso. Il sindaco di Milano, Beppe Sala, affida ad una nota il ricordo di Veronesi di cui parla come un «milanese vero, uno dei protagonisti della storia di Milano. Ha unito alla sue qualità di medico e di scienziato di fama mondiale una forte e decisa passione civica e politica. Milano e l'Italia piangono in lui la figura di un vero laico capace di costruire istituzioni che hanno alleviato il percorso della malattia di migliaia di persone».


FONTE: "Il Fatto Quotidiano" e "Corriere.it"
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21 ottobre, 2016

L'ovaio può produrre "nuove" cellule uovo oltre alle preesistenti? Ricerca in campo oncologico pone nuove prospettive...

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Una scoperta riportata dal Guardian sembrerebbe contraddire uno dei dogmi sulla vita riproduttiva femminile: quello secondo il quale le donne nascono con un determinato numero di cellule uovo, e che in nessun modo si può aumentare questa riserva, che anzi è destinata ad assottigliarsi col tempo. Ma un piccolo studio dell'Università di Edimburgo, condotto su un gruppo di pazienti oncologiche, dimostrerebbe che le giovani donne trattate con un particolare farmaco chemioterapico hanno una densità di cellule uovo maggiore di quella di donne sane della stessa età. Gli ovuli extra sembrano giovani, simili a quelli tipici dell'età prepuberale, un aspetto compatibile con la loro recente formazione.

La ricerca, fatta attraverso biopsie ovariche, era inizialmente mirata ad accertare che il trattamento antitumorale, chiamato ABVD, non causasse problemi di fertilità come altri farmaci usati contro il cancro (in questo caso, il linfoma di Hodgkin). Ma se confermata, al di là degli effetti del farmaco in sé, vorrebbe dire che in certe situazioni, le ovaie possono produrre nuove cellule uovo: quelle delle pazienti trattate hanno mostrato un numero di ovuli da due a quattro volte maggiore rispetto ai soggetti di controllo. Tuttavia sono in molti a sollevare dubbi sui risultati. Gli ovuli "extra" osservati potevano essere già presenti, e sono stati forse riportati in superficie per lo stress della terapia; oppure i follicoli - le unità funzionali dell'ovaio - potrebbero essersi divisi in due o più parti in risposta al trattamento.

Autrice: Elisabetta Intini
Fonte. Focus.it http://www.focus.it/scienza/salute/il-corpo-femminile-puo-produrre-nuove-cellule-uovo
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20 ottobre, 2016

Intelligenza umana contro algoritmi del computer: la professione medica è sostituibile?

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I medici - si sa - possono sbagliare una diagnosi. I computer possono fare di meglio? Non è una domanda campata per aria, dato che l’intelligenza artificiale ha sostituto l’essere umano in molti compiti, dal centralinista all’archivista. Le macchine sono in grado di giocare bene a scacchi, di tradurre in automatico lingue straniere, comporre musica carica di emotività e, per tornare alla medicina, leggere elettrocardiogrammi e radiografie. Un gruppo di ricercatori ha provato a fare un confronto diretto medici-computer riguardo alla diagnosi di malattie. Gli scienziati della Harvard Medical School di Boston hanno paragonato le capacità di fare una diagnosi corretta di 234 dottori in carne e ossa con quelle di 23 tra i più comuni software reperibili online che, a partire da un insieme di sintomi, elaborano un responso. Sia computer sia medici sono stati messi alla prova su 45 casi clinici: dovevano ipotizzare, a partire dalla descrizione dei sintomi e da una serie identica di informazioni sul caso, quali fossero le diagnosi più probabili, elencandone tre.

Il confronto, a quanto pare, si è concluso con una sconfitta netta per i computer, come riporta l’articolo pubblicato su Jama Internal Medicine. Mentre i medici hanno elencato la diagnosi giusta tra le prime tre proposte 72 volte su 100, i software ci sono riusciti solo in poco più della metà dei casi. Inoltre, nel complesso, l’hanno azzeccata l’84 per cento dei medici, contro il cinquanta per cento dei software. I computer sono andati particolarmente male rispetto ai dottori in carne e ossa quando il caso era di una malattia rara e grave, se la sono invece cavata meglio quando si trattava invece di malanni più comuni e poco seri.

Nonostante la palese inferiorità delle macchine in questo campo, gli autori dello studio sostengono che valga la pena continuare a lavorare per incrementare le loro capacità diagnostiche: dopotutto, come mostra un recente rapporto americano,  i medici sbagliano comunque nel 15 per cento dei casi.

Autrice: Chiara Palmerini
FONTE: Focus.it
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19 ottobre, 2016

Padova, genitori litigano su salute figlia, tribunale ordina vaccinazione anti papillomavirus

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Il diritto che deve prevalere è sempre la tutela della salute di un minore. Principio a cui si è appellato il tribunale civile di Padova che nei giorni scorsi ha emesso una sentenza destinata a costituire un precedente: nel caso di due genitori separati, in disaccordo tra loro sull’opportunità di sottoporre la figlia minorenne a una vaccinazione, i giudici hanno ordinato che alla ragazza debba essere somministrata la terapia a protezione della sua salute. Il verdetto fa fare un passo avanti alla discussione ”vaccini sì, vaccino no” in un’Italia dove è sempre più bassa la copertura della popolazione da malattie trasmissibili e in una regione, il Veneto, dove a differenza di quanto avviene nel resto del paese da alcuni anni questi trattamenti non sono più obbligatori.

La diatriba presa in esame dal tribunale di Padova riguarda una adolescente figlia di una coppia che risiede nella zona di Abano Terme . La madre, che è separata dal marito, ha manifestato l’intenzione di sottoporre la ragazza alla profilassi contro il papilloma virus (HPV) un virus che si trasmette per via sessuale e che è ritenuto responsabile in molti casi di tumori all’apparato genitale femminile. Contro questa intenzione si è però schierato l’ex coniuge della donna che ha scritto all’azienda sanitaria locale dichiarandosi contrario anche a ogni tipo di vaccinazione e la lite è stata portata avanti fino alle aule del tribunale. La risposta contenuta nella sentenza è stato l’ordine di praticare per la ragazza la terapia perché, come detto, deve prevalere la tutela del suo stato di salute. È il primo pronunciamento in questo senso in Italia: un caso analogo era stato portato a luglio scorso davanti al tribunale di Modena ma non si era approdati a una decisione.

La sentenza di Padova entra nel dibattito sulle profilassi contro le malattie infettive in Italia, una pratica che incontra sempre più famiglie contrarie sulla base di presupposti scientifici il più delle volte privi di fondamento. I medici, dal canto loro hanno lanciato un allarme contro la disaffezione verso i vaccini paventando il ricomparire di pericolose malattie che erano scomparse da tempo. Illuminanti, in questo senso, sono i dati forniti dal ministero della salute. A fronte di una copertura ottimale della popolazione che deve essere non meno del 90%, contro il morbillo nel 2015 risultava protetto solo l’85,7% degli italiani, con una punta minima del 68,8% della provincia di Bolzano. Nel 2010 la media nazionale era del 90,6 . Contro la poliomielite la percentuale di vaccinati è del 93,4, mentre era al 96,5 dieci anni fa. Segno che un numero crescente di genitori non sottopone più i figli a profilassi ritenute un tempo indispensabili.

Autore: Claudio Del Frate
Fonte: Corriere della Sera
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13 ottobre, 2016

Biologia, ricercatori ipotizzano il limite di durata massima di vita a 125 anni

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Dal XIX Secolo in poi l'aspettativa di vita media è aumentata quasi costantemente grazie ai miglioramenti nella sanità pubblica, nella dieta, nella cura dell'ambiente e in altre aree della tecnologia e della #medicina. In media, per esempio, i bambini americani nati oggi possono aspettarsi di vivere fino quasi 79 anni a fronte di un'aspettativa di vita media di soli 47 per gli americani nati nel 1900. Dal 1970, la durata massima della vita è aumentata sempre e in modo progressivo.

Tuttavia, secondo i ricercatori dell'Albert Einstein College of Medicine, abbiamo già toccato il punto più alto di questo trend ascensionale: “benché i biologi e i demografi ritengano che non vi sono ragioni per predire una brusca frenata dell'innalzamento della prospettiva di vita, gli ultimi dati a disposizione suggerirebbero proprio questo inaspettato esito”. Ad affermarlo è Jan Vijg, uno degli autori di questa ricerca.

Possiamo sconfiggere malattie muscolari come le distrofie, curare traumi e compensare patologie come la sarcopenia ma, a quanto pare, biologia e genetica pongono dei limiti alla nostra sopravvivenza. Forse quali siano esattamente non lo sapremo mai, ma alcuni studi recenti stanno aumentando significativamente le nostre conoscenze.

Il Dottor Vijg e colleghi hanno analizzato i dati raccolti dal Human Mortality Database, che raccoglie informazioni da più di 40 paesi. Dal 1900 in poi, in questi questi paesi si registra un calo generale della mortalità: la frazione di ciascuna coorte di nascita (per esempio, le persone nate in un particolare anno) che sopravvivono alla vecchiaia (definita come tale dai 70 anni in su) aumenta in modo proporzionale alla progressione dell'anno di nascita. Tuttavia, quando si è passati a studiare l'aspettativa di vita, sempre a partire dal 1900, per i centenari si ottengono risultati inaspettati. I picchi si fermano a poco più di 100 anni, il che fa pensare che questo sia il limite massimo, biologicamente orientato, per la nostra specie.

Il campione principale è costituito da coloro che hanno raggiunto i 110 anni, che sono nati in quattro paesi (Stati Uniti, Francia, Giappone e la U.K.) che paiono i più longevi. Il numero di questi supercentenari è aumentato rapidamente tra i 1970 e i primi anni 1990, ma ha raggiunto un plateau intorno al 1995. Dopo la scomparsa, nel 1997, della donna più longeva, la francese Jeanne Calment che ha spento 122 candeline, i ricercatori hanno elaborato alcune stime e modelli per comprendere meglio il fenomeno. In media, la durata massima della vita raggiunge i 115 anni e si suppone che oltre i 125 anni non si possa andare.

Al di là di questi calcoli meramente probabilistici, il senso di questi studi è duplice. Da un lato si tratta di capire, sul piano politico, quali strategie e riforme adottare a fronte dell'aumento dell'aspettativa di vita che caratterizza tutte le società contemporanee industrializzate. Dall'altro, lo studio delle varianti genetiche presenti negli ultracentenari sarà molto utile per implementare terapie e farmaci in grado di garantire alle persone di trascorrere la vecchiaia in buona salute.

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12 ottobre, 2016

Sanità, medici: “Tradito il diritto alla salute. Governo si occupi delle sofferenze sociali come di quelle bancarie”

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“Basterebbe che governo e regioni si occupassero delle sofferenze sociali come di quelle bancarie” per evitare casi come quello del Pronto Soccorso dell’Ospedale San Camillo. E’ l’amara analisi di Costantino Troise, segretario di Anaao Assomed, l’associazione dei medici dirigenti italiani del servizio sanitario nazionale, che accusano la politica di aver abbandonato la sanità pubblica segnandone un lento e ineluttabile declino. “Il nostro servizio sanitario nazionale sta precipitando, nel silenzio e nell’indifferenza, nel baratro dell’incapienza. Un’incapienza di posti letto, di medici, di infermieri, di spazi fisici, di risorse in conto capitale, di formazione – spiega Troise – Siamo ai margini dell’Europa come numero di posti letto per mille abitanti, sotto la media europea per le risorse destinate alla Sanità. Il diritto ad essere curato in maniera appropriata ed in condizioni dignitose è diventato quasi un privilegio. Dall’addio al posto fisso alla fine del ‘letto fisso‘”.

L’analisi dei medici dirigenti è spietata perché crudele è il contesto in cui si trovano a lavorare: da un lato ci sono le pene del paziente che chiede di essere aiutato, dall’altro un’insufficienza di mezzi e uomini destinata a peggiorare nell’ipotesi di nuovi tagli alla sanità. “A medici e infermieri spetta assumersi tutti i rischi ed assistere allo scempio quotidiano di un diritto fondamentale. Ai pazienti spetta invece il martirio che questo scempio comporta. Costretti a vivere lo stesso dramma su fronti contrapposti”, prosegue Troise accusando la politica di aver tradito la carta costituzionale.

“Tutti sono bravi a discettare della Costituzione che verrà – prosegue – ma del rispetto dell’attuale Carta Costituzionale ed in particolare dell’articolo 32 (il diritto alla salute) di cui dovremmo esser fieri nessuno parla (..) Ma chi, nel vociare dei contendenti, che il rispetto e l’applicazione dei diritti fondamentali sono non meno importanti delle modifiche degli assetti parlamentari?”, continua Troise, contrario anche all’ipotesi di abolizione della Guardia medica che, nella sua visione, comporterà un incremento esponenziale del lavoro di 118 e Pronto soccorso.

Per l’Anaao Assomed, la dignità negata ad un malato terminale è un fatto gravissimo. Ne sono coscienti anche i dirigenti del San Camillo, come dimostra il fatto che il direttore sanitario dell’ospedale romano, Luca Casertano, si è scusato pubblicamente con Patrizio Cairoli, figlio dell’uomo, malato terminale, morto nell’ospedale romano dopo aver trascorso 56 ore sulla barella del Pronto Soccorso. I vertici del San Camillo spezzano però anche una lancia per il lavoro che ogni giorno viene fatto in corsia: “I nostri Pronto soccorso – ricorda Casertano – gestiscono ogni anno più di 90.000 accessi. Presso il dipartimento di emergenza dove è stato ricoverato il signor Cairoli ogni giorno arrivano 150 nuovi casi che vengono presi in carico e curati dal personale medico e infermieristico. Un flusso elevato di persone che, in caso di incremento di accessi di malati – non prevedibile, ma frequente – può aver in qualche modo limitato o impedito una idonea comunicazione da parte degli operatori sanitari”.

Alla luce di quanto accaduto, l’Anaao invita la politica a una profonda riflessione per evitare di distruggere quel che resta della sanità pubblica italiana. “A leggere quello che accade nei Pronto Soccorso cittadini, ed in particolare quanto avvenuto all’Ospedale San Camillo di Roma, ci si chiede se coloro che dovrebbero difendere questi diritti conoscano lo stato comatoso della sanità pubblica – conclude – O pensano che 70.000 posti letto in dieci anni siano evaporati per un sortilegio e non per l’effetto della mannaia dei tagli che hanno introdotto negli ospedali pubblici? Il dubbio è lecito dato che non crediamo che alcun giudice, anchorman, parlamentare o ministro accetterebbe di morire in barella in un ambiente inappropriato insicuro e non dignitoso di un Paese civile”.

FONTE: Il Fatto Quotidiano
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11 ottobre, 2016

Torino, infermieri in rivolta per spazi e organici insufficienti

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Gli infermieri denunciano i vertici dell’Asl To2 alla procura per «consentire la verifica di un’eventuale responsabilità connesse alle violazioni di legge» nella gestione del Mecau, la Medicina d’urgenza del Maria Vittoria. Un reparto di terapia sub intensiva che accetta pazienti sia dal Pronto Soccorso che da altri reparti dell’ospedale, «lavorando - secondo il Nursind, il sindacato delle professioni infermieristiche - con un numero di operatori pericolosamente insufficiente». Non solo: «Gli spazi sono di dimensioni insufficienti rispetto al numero di ricoverati, i letti non entrano negli ascensori e per trasportare i pazienti si usano le barella, anch’esse inadeguate e insicure per il trasporto».

 Un quadro che non rispecchierebbe poi i numeri di posti letto pubblicati sul sito dall’azienda sanitaria: «L’Asl dichiara che sono 13, di cui 7 monitorati. Ma questa fotografia non rispecchia la situazione del reparto, dove sono presenti 24 posti letto, di cui 8 semi intensivi, seguiti da 19 infermieri, di cui tre solo part-time. Un numero appena sufficiente a garantire la presenza di tre infermieri per turno, che in alcune situazioni sono solo due», afferma Francesco Coppolella, segretario regionale del Nursind. «Nelle realtà di terapia sub-intensiva, il rapporto infermiere/persona assistita dovrebbe essere di uno a 4 e si dovrebbe tener conto di tutte le specificità presenti», rincara. Problemi che «mettono giornalmente a rischio gli operatori e i cittadini, che abbiamo voluto denunciare dettagliatamente sia alla procura che allo Spresal», il Servizio prevenzione e sicurezza degli ambienti di lavoro.

Il documento inviato alle autorità è corredato da un lungo elenco di problemi legati non solo alla mancanza di personale, come lo stoccaggio bombole di ossigeno sul balcone di una delle stanze di degenza, il numero di uscite di sicurezza insufficienti rispetto alla lunghezza del reparto e tutti i problemi legati al cantiere del pronto soccorso.

A confermare che i posti letto sono 24 è il Dispa Marcello Bozzi, il nuovo direttore delle professioni sanitarie della To2 arrivato il 5 settembre dall’Asl di Pescara, il quale smentisce la mancanza di personale. «Per garantire l’adeguatezza delle attività e delle prestazioni, nonché la continuità dei servizi e dell’assistenza, necessitano 26,7 operatori, infermieri e Oss. E al momento ne risultano assegnati 30,4, al netto dei part-time». La percentuale di suddivisione fra Oss e infermieri «è a discrezione di ogni presidio, quindi per noi il numero rimane adeguato, addirittura superiore rispetto a molte altre realtà». Per tutti gli altri problemi di spazio e percorsi, «sono invece in corso lavori di ristrutturazione che cambieranno l’assetto di un ospedale antico, che sicuramente necessita di migliorie ma avrei preferito ricevere una richiesta d’incontro rispetto ad una denuncia. Incontriamoci e troviamo insieme soluzioni».

FONTE: La Stampa
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10 ottobre, 2016

Influenza 2016 "in forte anticipo" e "piu' pesante del previsto", FIMMG rinnova l'invito a vaccinarsi celermente

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L'influenza quest'anno sarà più pesante del previsto e per questo ''è più che mai necessario vaccinarsi presto''. L'invito arriva dai medici di famiglia riuniti a Chia Laguna per il Congresso nazionale della Federazione italiana dei medici di medicina generale (Fimmg). ''L'arrivo in anticipo del virus e alcune sue mutazioni minacciano infatti una sua più vasta diffusione anche nella fascia di età 50-60 anni. Per questo è più che mai consigliato vaccinarsi tra fine ottobre e primi di novembre", raccomanda Silvestro Scotti vice segretario nazionale vicario della Fimmg. Il nuovo virus influenzale del ceppo A/H3 quest'anno minaccia di mettere in anticipo a letto sei milioni di italiani.

A far prevedere un'ondata influenzale più pesante del solito sono due fattori, spiega Tommasa Maio, che è Segretario nazionale Fimmg Continuità assistenziale: ''Il primo è il largo anticipo con il quale quest'anno, già a fine agosto, è stato isolato il virus in un bambino nato in Marocco e proveniente dalla Libia. Fatto questo che ne prefigura una più ampia diffusione, soprattutto tra le persone non ancora vaccinate. In secondo luogo, i virus A/Hong Kong (H3N2) e B/Brisbane, isolati dall'Istituto superiore di sanità, contengono piccole mutazioni che predispongono a una maggiore circolazione dell'influenza. Questo perché né i bambini, né le persone a rischio che solitamente si vaccinano possiedono gli anticorpi che fungono da barriera alla malattia".

Ogni anno, le complicanze dell'influenza provocano la morte di ottomila persone, soprattutto anziani e dunque ''quest'anno - afferma Maio - è più che mai necessario vaccinarsi per tempo, soprattutto se si appartiene a una categoria a rischio: ultrasessantacinquenni, diabetici, immunodepressi, cardiopatici, malati oncologici, donne al secondo e terzo trimestre di gravidanza''. Ma la prevenzione è consigliata anche alle persone sane: il nuovo 'Calendario della vita' presentato la scorsa settimana da Fimmg, Federazione dei pediatri Fimp e Società di Igiene Siti, consiglia infatti quest'anno la vaccinazione anche per le persone sane tra i 50 e i 60 anni, che a causa della mutazione del virus saranno a breve più colpite dall'influenza. Il vaccino è consigliato pure per i bambini sani, visto che l'influenza da 0 a 4 anni colpisce 10 volte più che tra gli anziani, ed 8 volte in più tra i 5 e i 14 anni.

FONTE: Repubblica.it
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09 ottobre, 2016

Diabete, microinfusore OneTouch Animas vulnerabile agli hacker? Negli USA scattano le indagini

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Una vulnerabilità scoperta da Jay Radcliffe, ricercatore in materia di sicurezza, pubblicata sul blog della società Rapid7 di cui è dipendente rivela l'esistenza di una falla che interessa il dispensatore di insulina OneTouch Ping di Animas Corporation, società acquisita da Johnson&Johnson nel 2006. Se sfruttata, la vulnerabilità potrebbe compromettere la salute dei pazienti che ne fanno uso, in maniera anche grave.

Parlando di sicurezza si tende a pensare alle protezioni delle reti di governi, istituzioni e grandi società, come nei recenti casi che hanno coinvolto le email di Yahoo e il database del Democratic National Committee (DNC) durante la campagna elettorale per le presidenziali statunitensi. Difficilmente un pirata potrebbe interessarsi all'hacking di un dispensatore di insulina, ma il rischio esiste, tanto che Johnson&Johnson ha deciso di allertare i pazienti circa la sua vulnerabilità.

Per fortuna la percentuale di persone affette da diabete che fanno uso del dispensatore in oggetto è relativamente bassa. Sembra infatti che i pazienti interessati dal problema siano attualmente 114mila. Se sfruttata da un malintenzionato, però, tale vulnerabilità potrebbe procurare un'overdose di insulina. Nella pagina del prodotto si legge come il OneTouch Ping di Animas fornisca un telecomando "Meter" mediante il quale i pazienti possono dispensare una dose di insulina senza la necessità di agire sul dispositivo. Oltre al controllo del livello di zuccheri presenti nel sangue, il telecomando consente anche di controllare a distanza le funzioni della pompa, determinare la quantità di insulina necessaria in un determinato momento e altro.

La vulnerabilità scoperta da Jay Radcliffe interessa la connessione wireless tra telecomando e dispositivo, che usa un protocollo proprietario nella banda dei 900MHz. La comunicazione tra telecomando e dispensatore avviene tuttavia in chiaro, senza l'uso di crittografia. Come riferisce lo stesso Radcliffe, un hacker che agisca nelle vicinanze del dispensatore, che ha un raggio di azione limitato, potrebbe simulare una connessione remota "Meter" e "sfruttare la vulnerabilità per procurare una reazione ipoglicemica al paziente, se questi non riuscisse a fermare in tempo l'erogazione di insulina".

La vulnerabilità è molto simile a quella che ha interessato le tastiere wireless Logitech, il cui protocollo di connessione in chiaro consentiva di "sniffare" i dati trasmessi. Accedendo alla connessione tra telecomando e dispensatore, sniffando la chiave trasmessa tra dispensatore e dispositivo remoto che rimane inalterata ogni qualvolta i due dispositivi rimangono accoppiati, gli attaccanti possono visionare i valori glicemici e i dati relativi al dosaggio dell'insulina.

Prima di avvisare i pazienti, Johnson&Johnson ha cercato di riprodurre l'hack scoperto da Radcliffe. La società ha quindi deciso di segnalare pubblicizzare la vicenda, come riferito a Reuters da Brian Levy, responsabile medico dell'unità di Johnson&Johnson per il diabete, confermando che si possa effettivamente iniettare ai pazienti dosi letali di insulina entro un raggio d'azione di circa 8 metri. Nella lettera, Johnson&Johnson ha comunicato ai proprietari dei OneTouch Ping le proprie preoccupazioni per un potenziale attacco, invitando loro a non usare il telecomando o, in alternativa, di impostare un limite nella quantità massima di insulina dispensabile. I pazienti possono anche attivare una funzione di avviso (vibrazione) che li allerti nel caso di dosi richieste tramite telecomando.


FONTE: Punto-informatico.it
Autore: Thomas Zaffino
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Nobel 2016 per la Medicina al biologo giapponese Ohsumi per la scoperta dell’autofagia cellulare, come la cellula "ricicla se stessa"

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Yoshinori Ohsumi, biologo giapponese, è il vincitore del Nobel per la Medicina, grazie ai suoi studi sul meccanismo dell’autofagia cellulare. «Le sue scoperte hanno portato a un nuovo paradigma nella nostra comprensione su come le cellule riciclino le sostanze di scarto - si legge nella dichiarazione dell'Assemblea dei Nobel, riunita al Karolinska Institute di Stoccolma - e hanno aperto la strada per apprendere l'importanza fondamentale dell'autofagia in molti processi fisiologici, come l'adattamento alla fame o la risposta alle infezioni».

L'autofagia è un insieme di processi programmati che la cellula mette in atto per distruggere parti di se stessa, liberandosi di tutte le sostanze inutili e consegnandole a un "reparto" specializzato nella loro distruzione, chiamato lisosoma. Si verifica in diversi contesti, sia fisiologici che patologici, ed è fondamentale durante lo sviluppo e il differenziamento cellulare. Nella crescita del sistema nervoso (periodo fetale) ogni neurone produce un gran numero di ramificazioni, ovvero connessioni con altri neuroni. Nella fase successiva si ha una potatura (pruning) dei rami ridondanti e quindi delle connessioni che si riducono moltissimo in numero. È durante questa fase di potatura che emergono le funzioni corrette. Un processo fondamentale: molte patologie sono oggi interpretate come risultato di un'alterazione dei processi di autofagia e per questo apre la possibilità di nuove strategie terapeutiche.

L'esistenza di questo meccanismo era stata ipotizzata fin dagli anni '60, ma solo le ricerche condotte negli anni '90 da Ohsumi hanno permesso di comprenderlo a fondo. Il biologo premiato con il Nobel è nato nel 1945 in Giappone, a Fukuoka. Ha conseguito un dottorato di ricerca presso l'Università di Tokyo nel 1974. Dopo aver trascorso tre anni negli Stati Uniti, nella Rockefeller University di New York, è tornato nell'Università di Tokyo, dove, nel 1988, ha istituito il suo gruppo di ricerca. Dal 2009 è professore presso il Tokyo Institute of Technology. «Sono estremamente onorato. Questo premio è la più grande fonte di gioia e soddisfazione per uno scienziato - ha dichiarato all'agenzia giapponese Kyodo -. Ai giovani vorrei dire che non tutta la ricerca scientifica può avere successo, ma è importante continuare la sfida». Oshumi ha pubblicato più di 180 articoli su riviste internazionali, a partire dal 1992. A Stoccolma riceverà un diploma, una medaglia d'oro e 8 milioni di corone (circa 830mila euro). «Il corpo umano ripete costantemente il processo di auto riciclaggio, o cannibalismo, creando un equilibrio assoluto tra formazione e disfacimento - ha spiegato lo studioso -. Fa parte del circolo della vita».

«Se consideriamo le cellule come una città osserviamo due regioni principali che servono per mantenere il bilancio di energia, da un lato le centrali di produzione (mitocondri), dall'altro il processo di eliminazione dei prodotti di scarto che vengono portati nelle "discariche" (i lisosomi) - spiega Francesco Cecconi, professore di Biologia dello sviluppo presso il Dipartimento di Biologia dell'Università di Roma Tor Vergata -. L'autofagia è appunto il processo che consente la consegna dei rifiuti ai lisosomi ed è regolato da microvescicole che trasportano il materiale, un po' come i camion della spazzatura. Se fotografiamo una cellula mentre è in atto questo processo vediamo appunto le vescicole (autofagosomi) trasportare parti della cellula stessa».

Gli studi sull'autofagia sono cominciati negli anni '60, grazie al biochimico belga Christian de Duve, Nobel per la Medicina nel 1974 insieme ad Albert Claude e George Emil Palade «per le scoperte sull'organizzazione strutturale e funzionale della cellula». «Allora si pensò che le vescicole "mangiassero" le parti di scarto, da qui il nome autofagia - aggiunge Cecconi -. In realtà si è poi scoperto che hanno solo funzione di trasportarle verso i centri di distruzione o riciclaggio. Ohsumi alla fine degli anni '90 ha capito il funzionamento del meccanismo studiando il lievito di birra (quello comunemente usato per fare il pane, ndr), un organismo unicellulare, e individuando i geni-chiave coinvolti». Il biologo è riuscito poi a dimostrare che lo stesso meccanismo che permetteva al lievito di liberarsi delle sostanze di scarto era presente in tutte le altre cellule, comprese quelle umane. Quali sono gli elementi che vengono eliminati? «Spesso si tratta di mitocondri danneggiati - spiega Cecconi - che, se lasciati nella cellula, produrrebbero radicali liberi in grande quantità, pericolosi per la salute dell'individuo. In altri casi gli scarti vengono riciclati: per esempio proteine di grandi dimensioni o molto resistenti. La scoperta di Ohsumi riguarda anche diverse malattie neurologiche, come il Parkinson e l'Alzheimer: gli aggregati che si formano dentro i neuroni vengono eliminati allo stesso modo, da autofagosomi e lisosomi. Nelle persone sane il processo funziona perfettamente, nei malati l'autofagia non riesce a rimuovere completamente gli aggregati. Per questo ci sono oggi linee di ricerca sul possibile potenziamento del meccanismo di auto-distruzione in presenza di determinate patologie». Esistono anche studi sull'autismo, secondo cui il meccanismo di base della malattia sarebbe un difetto del processo autofagico che porta alla potatura delle connessioni tra i neuroni, per cui nel soggetto autistico si troverebbero molte più connessioni del normale. Un difetto che potrebbe essere dovuto all'alterazione di uno o più geni.

Gli studi del biologo giapponese si sono rivelati utili anche contro i tumori. «Alcuni tipi di cancro presentano una mutazione nei geni dell'autofagia per cui il processo è malfunzionante, gli organelli danneggiati si accumulano e c'è una super produzione di radicali liberi - chiarisce Cecconi -. In altri tumori l'autofagia è efficiente ma al contrario, nel senso che aiuta le cellule tumorali a difendersi. Per questi ultimi casi si studia la possibilità di "spegnere" il meccanismo in modo selettivo, solo nelle cellule malate». Grazie alle ricerche di Ohsumi, è cambiato il punto di vista anche per lo studio della risposta alle infezioni. «Virus e batteri vengono spesso rimossi con questo sistema - sottolinea Cecconi -, anche se alcuni patogeni riescono a nascondersi alla vista dei nostri "camion della spazzatura". La scoperta è di fondamentale importanza e il Nobel era nell'aria da diversi anni. Oggi l'autofagia viene studiata da molti gruppi di ricerca, tra cui il nostro. Quando ho iniziato a lavorarci, nel 2000, mi chiedevo come sia possibile che il meccanismo sia rimasto sconosciuto per così tanti anni: si tratta di un fenomeno della biologia di base, l'ultimo ad essere rimasto ignoto all'uomo. Nei libri di testo compare solo da poco tempo». Dai primi anni 2000 il numero di articoli pubblicati nel mondo sull'autofagia è aumentato esponenzialmente, arrivando a 4.254 articoli su riviste internazionali nel solo anno 2015.

«Si tratta di un Nobel assolutamente meritato - ha commentato Alberto Mantovani, direttore scientifico di Humanitas e docente di Humanitas University, a Radio3 Scienza -. Le nostre cellule fanno fagocitosi, ovvero mangiano pezzi di se stesse, giocando un ruolo fondamentale per le nostre difese. Da una parte questo meccanismo permette la pulizia della cellula, dall’altro permette alla cellula stessa di sostenersi in situazioni difficili». Per Carlo Alberto Redi, direttore del Laboratorio di Biologia dello sviluppo dell'Università di Pavia, si tratta di «un riconoscimento fantastico alla ricerca di base». «L'autofagia è alla base di meccanismi fondamentali - spiega Redi -. Un processo importantissimo perché avviene in ogni tipo essere vivente complesso e in ogni fase, dall'embrione alla vecchiaia. È attivo in qualsiasi momento e, se si svolge in maniera sregolata, abbiamo lo sviluppo di una patologia».

Il Nobel segna per Ohsumi il culmine di una carriera costellata di titoli e riconoscimenti: sempre quest'anno il biologo ha ricevuto il prestigioso Wiley Prize in Scienze Biomediche, della Rockefeller University di New York. Nel 2015 aveva ricevuto altri tre premi: il Keio Medical Science Prize, assegnato ai ricercatori che hanno dato un contributo significativo alle scienze mediche o a quelle della vita; l'International Prize for Biology per l'eccezionale contributo al progresso della ricerca nella biologia fondamentale; il Gairdner Foundation International Award, assegnato da una fondazione canadese nel campo delle scienze mediche, considerato precursore del Nobel. In passato il biologo giapponese aveva ricevuto altri attestati, come il Fujihara Award, della Fujihara Foundation of Science (nel 2005), il Japan Academy Prize (2006) e il Kyoto Prize for Basic Science (2012).

 [Esplora il significato del termine: L’anno scorso il Nobel per la Medicina era stato assegnato al team composto dall’irlandese William C. Campbell e dal giapponese Satoshi Omura per le loro scoperte su una nuova terapia contro le infezioni causate da parassiti, e - a pari merito - alla cinese Youyou Tu, per le sue ricerche sulla cura della malaria. Il premio apre la settimana dei Nobel: seguono, a partire da martedì, quello per la Fisica, per la Chimica, per la Pace (l’unico assegnato a Oslo); lunedì 10 si torna a Stoccolma con il premio per l’Economia. Ultimo, il premio per la Letteratura che viene assegnato il 13 ottobre. ] L’anno scorso il Nobel per la Medicina era stato assegnato al team composto dall’irlandese William C. Campbell e dal giapponese Satoshi Omura per le loro scoperte su una nuova terapia contro le infezioni causate da parassiti, e - a pari merito - alla cinese Youyou Tu, per le sue ricerche sulla cura della malaria. Il premio apre la settimana dei Nobel: seguono, a partire da martedì, quello per la Fisica, per la Chimica, per la Pace (l’unico assegnato a Oslo); lunedì 10 si torna a Stoccolma con il premio per l’Economia. Ultimo, il premio per la Letteratura che viene assegnato il 13 ottobre.

FONTE: Corriere.it
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05 ottobre, 2016

Medici di famiglia, aumentano le carenze di organico, fra un decennio rischio 1 italiano su 3 senza medico?

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Il medico di famiglia, nel 2023, potrebbe essere solo un ricordo del passato. E' quanto emerso all'ultimo congresso Fimmg, la Federazione italiana dei medici di famiglia. Secondo i dati resi disponibili, entro sette anni si ritireranno 21.700 camici bianchi, senza essere proporzionalmente rimpiazzati. Si stima una perdita di 16 mila unità, che potrebbe mettere a rischio il servizio in molte regioni, soprattutto a Nord.

Entro sette anni, 20 milioni di italiani potrebbero dunque rimanere senza il proprio dottore di fiducia. La causa è duplice: il numero chiuso all'università, che scoraggia i giovani desiderosi di aprirsi uno studio di medicina generale, e l'ampio numero di pensionamenti, dovuto alle difficoltà burocratiche che accompagnano la professione. Esiste anche un problema di finanziamenti, connesso al ristretto numero di borse di studio messe a disposizione dalle regioni: solo 900 all'anno, con una media retributiva di 800 euro.

Così, la scelta di campi diversi dalla medicina generale è diventata un vero e proprio fenomeno, diffuso in tutta Italia. I dati sono, però, più allarmanti a Nord. In Piemonte, si prevede che lasceranno il proprio studio 1173 medici di famiglia, in Lombardia 2776, in Veneto 1600, in Liguria 527. Cifre importanti, considerando che ogni medico segue circa 1200 pazienti. A questo ritmo, il servizio rischia di essere messo seriamente a rischio, in un futuro non lontano.

Fonte: Tgcom
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29 settembre, 2016

Vaccini, Senato annulla (dopo proteste) la proiezione ‪del film antagonista "Vaxxed"

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Il 26 marzo scorso il Robert De Niro decise di ritirare il film sul presunto legame tra autismo e vaccini in programma al Tribeca Film Festival di New York. Il controverso documentario antivaccinazioni Vaxxed: From Cover-Up to Catastrophe (Vaccini, dall’insabbiamento alla catastrofe), di Andrew Wakefield doveva essere proiettato in Italia il prossimo 4 ottobre nella sala Isma del Senato su proposta del senatore Bartolomeo Pepe, ex M5S, ora del gruppo Grandi Autonomie e Libertà, ma l’iniziativa è stata annullata dopo la valanga di proteste. Non solo politiche.

I primi erano stati i medici dell’Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani: “È grave e pericolosa la divulgazione, per di più in una sede istituzionale, di un film palesemente antiscientifico che cavalca teorie supportate da dati fraudolenti per le quali l’autore è stato radiato dall’ordine dei medici”. “I vaccini – afferma il vice-presidente dell’Acoi Pierluigi Marini – hanno svolto e continuano a svolgere una funzione medica e sociale insostituibile. Proprio grazie ai vaccini sono state sconfitte malattie gravissime ed invalidanti. Le campagne contro la vaccinazione, con il loro substrato di populismi antiscientifici, possono avere effetti devastanti sulla salute pubblica. Società scientifiche ed istituzioni hanno il dovere di contrastare la diffusioni di tutte le credenze diffuse da moderni stregoni senza scrupoli che approfittano della buona fede e anche dell’ignoranza di alcune persone”. Poi sono arrivati lo “sconcerto e l’indignazione” del comitato Scientifico dell’Istituto Superiore di Sanità. “L’iniziativa del Senatore è tanto più grave se si pensa al calo di oltre il 5% delle coperture vaccinali che si è verificato recentemente e che ha portato il nostro Paese sotto la soglia di sicurezza”.

“La mia è una posizione di estrema contrarietà, così come c’è l’indignazione di tutta la comunità scientifica nazionale e internazionale intorno a ciò che è propagandato da questo documentario – dice all’Ansa il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin – Quando l’antiscienza ha lo stesso diritto di tribuna della scienza non è un tema di democrazia ma di disinformazione”.

Pepe aveva annunciato anche una diretta streaming con Andrea Wakefield e il produttore Francesca Alesse e aveva spiegato l’iniziativa così: “Perché non sono mai troppi gli spunti per fare chiarezza sulla paventata pericolosità dei vaccini. Un documentario che Robert De Niro avrebbe voluto al Tribeca Film Festival e che invece è stato ostracizzato dalle lobby del farmaco. Nel dettaglio del documentario, si cerca la relazione tra le vaccinazioni e l’insorgere dell’autismo nei bambini. Al termine della proiezione, infatti, ci sarà un dibattito sul tema”.

FONTE: Il Fatto Quotidiano
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07 settembre, 2016

In arrivo un sito "anti ciarlatani", promosso dalla FNOMCEO per contrastare le "false cure"

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"Attenti alle bufale": si chiamerà così il sito al quale sta lavorando la Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri) e che avrà l'obiettivo di informare i cittadini contro i ciarlatani e le "false cure" diffuse in Rete. Il nuovo portale dovrebbe partire entro un paio di mesi e coinvolgerà esperti di fama nazionale che forniranno risposte chiare agli utenti.

"Oggi la Rete rappresenta per un numero crescente di persone uno strumento fondamentale per informarsi, ma anche un luogo dove cercare cure e terapie che non sempre sono attendibili", ha affermato il presidente della Fnomceo, Roberta Chersevani. "Purtroppo, però, spesso si corre il rischio di rimanere impigliati in informazioni false, poiché sul web non vi è alcun controllo a garanzia della validità scientifica dell'enorme mole di informazioni veicolate", ha aggiunto.

L'obiettivo del progetto è dunque quello di "potenziare l'informazione ai cittadini, tenendo sempre presente che il Codice deontologico medico ha regole ben precise: il medico non può allontanarsi da posizioni validate scientificamente, pena la radiazione". Il vero problema, ha proseguito la Chersevani, "è che spesso dietro false e costose terapie si nascondono solo interessi economici, che fanno leva sulla debolezza delle persone malate".

FONTE: Tgcom.it
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SENTIERI DELLA MEDICINA

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